• cambiamenti-climatici

    Clima, Marinello (Ap): Ratifica va nella direzione di un accordo fra tutti i Paesi

    “Plaudiamo all’iniziativa del Governo. Al di là della ratifica di oggi, che rende atto dello stanziamento del Fondo verde per il clima, il documento che andiamo ad approvare è in perfetta continuità con quanto fatto a Durban, a Doha e a Parigi. Con l’accordo di Marrakech entrerà nel vivo e sarà assolutamente nella direzione di un accordo globale di tutti i Paesi”. Lo ha detto in aula il senatore di Ap, Giuseppe Marinello, Presidente della Commissione Ambiente di Palazzo Madama nel corso della discussione e approvazione del disegno di legge sulla ratifica dell’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici. “L’obiettivo è quello di un accordo solidale che riesca a controbilanciare l’interesse dei Paesi forti più industrializzati con i Paesi deboli, e che riuscirà in un certo qual modo anche ad abolire quel differenziale di convenienza che si è creato in altri Paesi che nel passato non avevano aderito a questi accordi internazionali e che di fatto ha penalizzato le economie dei Paesi occidentali e anche le economie dei Paesi trasformatori come il nostro”. “C’è un tema – ha aggiunto Marinello – che a me sta molto a cuore in materia di cambiamenti climatici ed è relativo alle dirette conseguenze che tra l’altro subiamo noi italiani nel Mediterraneo, in particolare noi siciliani, che è quello dell’enorme numero dei migranti ambientali e climatici. Dico questo proprio qui in quest’Aula, sperando di cogliere l’attenzione dei colleghi – che peraltro rispetto – della Lega Nord e di altri partiti che sul tema della immigrazione a mio avviso talvolta sono un po’ distratti o addirittura un po’ faciloni. Il tema dei migranti climatici è fondamentale: ci sono più migranti climatici che migranti da guerra o da altri fenomeni. Quanto sta accadendo nel Centro Africa o nell’Africa subsahariana trova come unica soluzione (e così sarà per i prossimi decenni) la strada della migrazione, che non è un fenomeno nuovo, in quanto nella sua storia – ha concluso Marinello – l’uomo conosce da millenni il tema della migrazione”.

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    Terremoto. Anitori (Ap): Impegno politico per la prevenzione dei rischi

    “La fragilità del territorio italiano, ripetutamente colpito da funesti eventi sismici, ieri e negli ultimi mesi soprattutto nel Centro Italia, deve orientare l’impegno politico alla prevenzione, finalizzandola ad evitare e ridurre gli impatti disastrosi e le vittime dei terremoti.” Lo ha dichiarato la senatrice di Area popolare Ncd-Udc, Fabiola Anitori, a seguito dell’approvazione all’unanimità del ddl che prevede interventi in sostegno della formazione e della ricerca nelle scienze geologiche. “Questo ddl sarà un primo strumento per rilanciare il ruolo del geologo, le cui competenze e conoscenze del territorio serviranno a valutare rischi e pericolosità geologiche, oltre che permettere una corretta informazione del cittadino sulle caratteristiche del territorio in cui vive” conclude la senatrice di Ap.

  • marinello

    Inps, Marinello (Ap): “Garantire funzionalità governance in questa fase delicata”

    “Il Governo adotti tutti gli interventi e le misure necessarie per garantire il rispetto della normativa vigente relativa alla governance dell’INPS, nonché la funzionalità e la credibilità dell’Istituto stesso in un momento così delicato nella vita del Paese, anche in relazione alle misure pensionistiche annunciate dal Governo per la prossima sessione di bilancio”. Lo chiede una mozione a prima firma del senatore di Ap, Giuseppe Marinello, oresidente della Commissione Ambiente del Senato. “La ventennale discussione sulla governance degli enti previdenziali – si legge nella mozione – è lontana dal trovare un punto di equilibrio efficace. Anche se tutti sono d’accordo sulla necessità di un nuovo assetto dei rapporti fra gli organi, una soluzione sembra essere estremamente lontana”. Una delle questioni sollevate dalla mozione è: “Chi è il riferimento dell’organo di vertice gestionale (Presidente o Consiglio di amministrazione che siano)? In altri termini, a chi risponde quest’Organo? Al Ministro del Lavoro, legittimamente vigilante a nome del Governo della Repubblica e titolare della designazione, oppure al Consiglio di indirizzo e vigilanza (CIV), rappresentante degli Iscritti (Sindacati) e dei datori di lavoro (Confindustria, Associazione dei Comuni, delle Regioni, rappresentanti dei Ministeri)? Nei venti anni trascorsi il riferimento reale dell’organo di vertice gestionale è stato sempre il Ministro del Lavoro, circostanza in sé corretta, ma che tuttavia elide i poteri del Consiglio di indirizzo e vigilanza (CIV) che non è titolare, come in qualunque modello duale efficiente, del potere di sfiduciare e rimuovere l’Organo gestionale”. “Il piano di riorganizzazione dell’INPS – spiega la mozione – varato dal presidente Tito Boeri nei mesi scorsi con alcune determinazioni, in parte subito esecutive, ha incassato lo scorso settembre uno stop del Ministero del Lavoro mediante un parere articolato di 14 pagine”. Inoltre “in più punti le nuove determinazioni di Boeri rimetterebbero in qualche modo in discussione l’attuale assetto di governance duale dell’Istituto in vigore dal 2010, quando venne soppresso il Consiglio di amministrazione con l’attribuzione al presidente dei suoi poteri”. Da qui la richiesta di un’intervento del governo al fine di “garantire il rispetto della normativa vigente relativa alla governance dell’INPS, nonché la funzionalità e la credibilità dell’Istituto stesso”.

  • Senatotondopost

    Intervento del senatore Mancuso in Aula sulle mozione riguardanti il fenomeno dei migranti

    L’Europa da qualche anno è investita da un’ondata migratoria senza precedenti: solo nel 2015 oltre un milione di migranti ha attraversato il Mediterraneo per approdare nel vecchio Continente. Anche il 2016 è caratterizzato da consistenti sbarchi seppur in significativo calo rispetto all’anno precedente.

    Il fenomeno migratorio di massa degli ultimi anni è stato da più parti rappresentato come la più grande sfida che l’Occidente e l’intero pianeta devono fronteggiare dopo la Seconda Guerra Mondiale. L’Europa rappresenta, infatti, una delle mete più ambite per tutti quei popoli dell’Africa, del Medio Oriente e dell’Asia Centrale che sono ostaggio di guerre fratricide, di povertà estrema o di isolamento internazionale.

    In questo contesto, l’Italia si trova geograficamente nel mezzo di uno dei percorsi più utilizzati dai migranti e politicamente al baricentro di un equilibrio tra le aspirazioni dell’Unione di confermarsi area di pace, solidarietà e sviluppo e le necessità di assicurare la sostenibilità e la sicurezza degli europei nel quadro delle politiche migratorie. Nel 2015 sono sbarcate in Italia 153.000 persone, nel 2016, fino al 31 luglio, ben 93.000. Secondo gli esperti l’ondata migratoria durerà per i prossimi 20 anni. Il 61% dei migranti che arriva nel Sud Europa proviene da Siria, Iraq e Afganistan, sbarcando soprattutto in Grecia, ma dopo gli accordi con la Turchia il flusso è diminuito di molto. In Italia, invece, sono soprattutto migranti provenienti dall’Africa, Nigeria, Eritrea, Gambia. Sono soprattutto uomini e negli ultimi tempi sta aumentando il numero dei minori non accompagnati. La maggior parte degli sbarchi avviene in Sicilia.

    L’approccio che l’Italia ha adottato nella gestione degli imponenti flussi migratori che la coinvolgono è stato sempre orientato a criteri di pragmaticità e ragionevolezza. Abbiamo messo in campo ogni sforzo per salvare le persone da morte certa nel canale di Sicilia e abbiamo allestito strutture di riconoscimento ed accoglienza per dare una prima sistemazione ai migranti in arrivo. Da questo punto di vista, gli sforzi del sistema Paese, frutto della collaborazione tra Stato, Regioni, enti locali e realtà sociali, sono stati riconosciuti recentemente anche dall’Unione. Il Commissario UE per la Sicurezza King ha affermato pochi giorni fa che le identificazioni e la raccolta delle impronte digitali dei migranti con il sistema EURODAC hanno registrato un incremento molto significativo, raggiungendo punte del 100% negli hotspot ed attestandosi attorno al 95% in generale.

    Tali progressi devono darci la consapevolezza che siamo sulla strada giusta, che stiamo nettamente migliorando rispetto alla difficile gestione delle crisi di due o tre anni fa, quando siamo stati oggetto anche delle critiche ingiustificate dei partner europei in un atteggiamento di diffidenza e pregiudizio che in qualche misura si trascina immotivatamente ancora oggi.

    Dobbiamo ribadire con forza a tutti i membri dell’Unione, come ricordato anche dal Commissario King, che l’Italia sta svolgendo con grande efficacia, solidarietà e responsabilità i propri compiti e che le procedure sul campo funzionano al meglio. Ora tocca a tutti gli altri dare seguito alle promesse e agli impegni politici assunti nel senso di una condivisione dell’imponente carico della gestione dei migranti.

    L’azione del Governo in Europa, in questo senso, è sempre stata decisa e mirata a richiamare tutti gli Stati membri alle proprie responsabilità. Il meccanismo di ricollocazione è ancora inceppato e bene fanno il Ministro Alfano e il premier Renzi a ricordare in ogni occasione utile che la solidarietà deve essere genuinamente europea o si tradiscono gli stessi valori fondanti dell’Europa. La riforma del Trattato di Dublino procede a rilento e sembra che alcuni punti non possano soddisfare le esigenze di un razionale aggiornamento del sistema di richiesta di asilo. La deroga temporanea al Trattato di Schengen, grazie alla quale Austria, Germania, Danimarca, Svezia e Norvegia hanno ripristinato i controlli alle frontiere interne, sarà a breve oggetto della richiesta di un’ulteriore proroga.

    Riconosciamo al contempo che smuovere radicati egoismi e nazionalismi di alcuni Paesi non è opera agevole né realizzabile in pochi mesi, ma siamo fiduciosi che gli sforzi e la perseveranza del Governo consentiranno di raggiungere l’obiettivo.

    Ma dobbiamo anche apprezzare i risultati fin qui ottenuti. In occasione dell’ultimo Consiglio europeo, l’Alto rappresentante per la politica estera UE Mogherini ha illustrato, ottenendo il plauso dei 28 membri UE, i progressi dei progetti pilota con cinque Paesi africani (Senegal, Niger, Mali, Nigeria ed Etiopia), secondo uno schema di Migration Compact con i singoli Stati di provenienza e transito dei migranti, per aggredire alla radice le cause che spingono molti ad abbandonare la propria casa e cercare un futuro altrove. Un approccio confermato anche nelle Conclusioni del summit europeo, fondamentale documento politico per le prossime azione dell’UE, in cui si riconosce la necessità di mettere in campo maggiori sforzi per ridurre il numero di migranti irregolari, in particolare in Africa, e migliorare i tassi di rimpatrio. Allo stesso tempo vorrei ricordare come il Consiglio riconosca, cito testualmente, “il considerevole contributo, anche di natura finanziaria, apportato negli ultimi anni dagli Stati membri in prima linea”.

    Sul fronte interno, il sistema di riconoscimento e prima accoglienza ha retto bene negli ultimi mesi, ma ha inevitabilmente bisogno di manutenzione ed aggiornamento. Per questi motivi, il Governo in collaborazione con l’ANCI ha messo a punto un nuovo piano che prevede un allentamento del patto di Stabilità e pone una accelerazione sul Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar) che, per il momento, si attiva esclusivamente su base volontaria. Inoltre, partendo dalla considerazione che attualmente solo 2600 Comuni italiani su un totale di 8000 accolgono i migranti in arrivo, creando quindi forti disomogeneità sul territorio, gli immigrati verranno distribuiti su tutto il territorio nazionale, in numero di due o tre extracomunitari ogni 1000 residenti. Per le grandi città, si stanno elaborando correttivi per alleviare i centri già al completo e puntare sui piccoli centri più fuori dal circuito della dislocazione dei migranti. I Comuni che aderiscono allo Sprar da una parte saranno esentati da ulteriori forme di accoglienza, e dall’altra potranno assumere nuovi dipendenti pubblici che verranno impiegati esclusivamente nei progetti di assistenza e integrazione dei migranti e richiedenti asilo.

    Si prevedono anche incentivi di carattere economico: in primo luogo, nelle casse comunali arriveranno 50 centesimi a migrante a titolo di spese generali. La quota verrà detratta dai 2,50 euro attualmente previsti quotidianamente per le spese ordinarie (il cosiddetto pocket money) dei profughi. Finora ai Comuni che partecipano allo Sprar non vengono elargite somme per spese generali a fondo perduto, ma solo quelle relative alle spese sostenute per il progetto di accoglienza di strutture ad hoc o appartamenti. Infine, i medesimi Comuni che aderiranno allo Sprar saranno esonerati dagli interventi dei prefetti che possono inviare gli immigrati dove vogliono e senza chiedere il permesso alla città che li deve accogliere.

    In secondo luogo, appare estremamente positiva la notizia della costituzione di un “Fondo di riconoscenza” con dotazione iniziale di 100 milioni di euro, destinato a finanziare i comuni virtuosi che accolgono i migranti. In particolare, l’incentivo di sostegno ai Sindaci consisterebbe in un premio una tantum di 500 euro per ogni migrante accolto, che potrebbero essere spesi secondo le esigenze dei Comuni e senza vincolo di destinazione.

    La mozione a prima firma Romani, che pure nelle premesse riconosce come il Ministero dell’interno abbia adottato criteri più stringenti per la valutazione delle domande di asilo e protezione internazionale, con la conseguente diminuzione dei permessi per rimanere nel nostro Paese, rivela un tenore a tratti contradditorio e richiede degli impegni al Governo che, ormai, possono ritenersi superati dall’esperienza pratica. Dal primo punto di vista, la mozione incoraggia giustamente un approccio composto da misure complesse e costanti nel tempo proprio perché, come sottolineato dal Ministro Alfano, l’immigrazione deve essere governata attraverso politiche di ampio respiro e gestita organicamente con una serie di interventi programmatici e strutturali; tuttavia, per gestire il fenomeno migratorio la mozione stessa richiede, poco oltre, la dichiarazione dello stato di emergenza. Una definizione, quella di emergenza, che in sé non può attagliarsi ad un fenomeno, da tutti riconosciuto come di medio – lungo periodo, che necessita di misure stabili e non emergenziali.

    Dal secondo punto di vista, sembra criticabile l’approccio unilaterale di alcuni passaggi della mozione. Sia a livello nazionale, nei rapporti tra Stato, Regioni ed enti locali, sia a livello europeo ed internazionale, la strategia da seguire deve essere la più condivisa e partecipata possibile: non possono essere immaginabili poteri di veto locali a fronte delle richieste statali di accoglienza diffusa, né possono essere pienamente efficaci iniziative di cooperazione nazionale con singoli Stati terzi, ad esempio africani, rispetto ad iniziative europee che, come ricordato, sono già operative.

    Pertanto, il gruppo di Area popolare voterà convintamente contro la mozione a prima firma Romani.

    Bruno Mancuso, senatore Ap

  • infrastrutture idriche

    Il testo della mozione del senatore Marinello sull’adeguamento delle infrastrutture idriche

    Il Senato,

    premesso che:

    in data 21 aprile 2015 si è svolta un’audizione presso le Commissioni 9a e XIII riunite di Camera e Senato, del commissario ad acta della gestione commissariale attività ex Agensud del Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali sul tema delle infrastrutture irrigue e delle condizionalità ambientali, con particolare riferimento alle criticità connesse all’attuazione del Programma irriguo nazionale;

    da quanto esposto dal commissario in sede di audizione, dai successivi approfondimenti a seguito delle risposte fornite ai Senatori intervenuti, e dall’esame dei diversi atti depositati dallo stesso presso gli uffici delle Commissioni, è emerso quanto segue:

    l’attività agricola nelle regioni dell’Italia meridionale è fortemente condizionata dalla disponibilità di risorse idriche per l’irrigazione dei terreni;

    tale criticità è accentuata a causa del cambiamento climatico in atto, che si manifesta con un aumento delle temperature medie e con un incremento di eventi estremi (piovosi e siccitosi);

    l’esercizio dell’irrigazione è assicurato attraverso importanti opere infrastrutturali (dighe e reti idrauliche collettive) prevalentemente realizzate dalla Cassa per il Mezzogiorno nel periodo che va dagli anni ’60 agli anni ’80 del 1900;

    questo imponente patrimonio di opere pubbliche, stimabile a valore attualizzato in oltre 2 miliardi e 900 milioni di euro, mostra evidenti segni di invecchiamento e richiede, per conservare la necessaria funzionalità, sempre maggiori investimenti per ristrutturazioni ed ammodernamenti, anche in relazione agli adeguamenti conseguenti il citato cambiamento climatico. In assenza di tali interventi è da prevedersi il progressivo decadimento della capacità produttiva del settore agricolo irriguo, come già verificatosi in alcune aree come ad esempio nelle regioni Puglia e Sicilia;

    ulteriore impellente motivo di adeguamento strutturale degli impianti irrigui deriva dalla necessità di attuare la direttiva 2000/60/CE, laddove prevede la misura e relativa tariffazione dei volumi d’acqua erogati quale strumento per conseguire la riduzione dei consumi idrici ed il miglioramento della qualità dei corpi idrici superficiali e profondi. Al rispetto di tali indirizzi è condizionato l’accesso ai fondi comunitari destinati alle infrastrutture irrigue nell’ambito della Piano di sviluppo rurale nazionale 2014-2020;

    numerosi schemi idrici risultano tuttora incompleti con il conseguente mancato o parziale utilizzo, pur a fronte degli ingenti investimenti realizzati;

    in risposta alle suddette esigenze infrastrutturali, a partire dalla fine degli anni ’90, il CIPE ha approvato diversi programmi irrigui destinati alle regioni meridionali, gestiti dalla struttura tecnica del commissario ad acta, per oltre 100 interventi del valore di 1,2 miliardi di euro, di cui la metà circa in esercizio;

    la realizzazione, l’esercizio e la manutenzione degli impianti irrigui collettivi sono affidate ai Consorzi di bonifica, enti pubblici economici, che svolgono tali funzioni ai sensi del Regio decreto n. 215 del 1933 e delle norme regionali in materia di bonifica ed irrigazione. Nell’ambito dei propri compiti istituzionali, i Consorzi provvedono alla redazione delle progettazioni e alla realizzazione delle opere con finanziamenti pubblici statali o regionali, eventualmente cofinanziati da fondi UE;

    le non buone condizioni economiche e finanziarie della maggior parte dei Consorzi di bonifica meridionali, acuitesi negli ultimi anni, non hanno, talvolta, consentito di affrontare adeguatamente i crescenti impegni tecnici ed amministrativi connessi alla progettazione, realizzazione, e gestione delle opere in un contesto di sempre maggiore complessità normativa. Ciò, oltre alle problematiche di carattere generale connesse alla continua evoluzione del quadro normativo in tema di appalti pubblici ed alle connesse criticità del sistema, ha comportato, in generale, una progressiva riduzione della capacità operativa, sia in termini di predisposizione di idonee proposte progettuali, sia in termini di gestione delle varie fasi di appalto;

    l’attività dei consorzi di bonifica va oggi ben oltre la salvaguardia del territorio agricolo attraverso una corretta regimazione delle acque, ma si estende alla salvaguardia del territorio tout court; è, infatti,  indiscussa l’attuale intersettorialità e polivalenza funzionale delle attività di bonifica, le cui finalità si estendono dalla sicurezza territoriale – attraverso azioni di difesa e conservazione del suolo – alla valorizzazione e razionale utilizzazione delle risorse idriche ad usi prevalentemente irrigui, ma anche ad un corretto uso plurimo delle medesime risorse, alla tutela dell’ambiente come ecosistema, in una concezione globale degli interventi sul territorio;

    nel riconoscere l’intrinseca connessione tra acqua, suolo e bonifica, le legislazioni regionali più recenti, con specifico riferimento all’utilizzazione, tutela e valorizzazione delle risorse naturali, hanno finora confermato la polivalenza funzionale della bonifica. Nel nuovo scenario, quindi, la materia, pur avendo un proprio radicamento nell’agricoltura, si estende a settori diversi quali la conservazione e difesa del suolo;

    alla luce della vigente legislazione nazionale e regionale, che conferma la polivalenza funzionale della bonifica, i consorzi di bonifica hanno importanti competenze per la realizzazione e la gestione di opere e azioni finalizzate alla difesa e conservazione del suolo per l’assetto e l’utilizzazione del territorio, la provvista e utilizzazione delle risorse idriche ad usi prevalentemente irrigui, la salvaguardia ambientale, anche alla luce dei profondi cambiamenti climatici, con i conseguenti effetti su un territorio sempre più vulnerabile, nonché delle emergenze ambientali che in maniera crescente si verificano;

    sembra dunque necessario un nuovo approccio verso il patrimonio idrico, in connessione con i problemi territoriali ed ambientali; inoltre, i maggiori compiti affidati agli enti consortili impongono che il “sistema bonifica” sia autorevole e all’altezza delle sfide che deve affrontare;

    i consorzi di bonifica dunque, sia per il loro ruolo “pubblico-privato “, che per l’impostazione obbligatoriamente intersettoriale tra gestione idrica e sicurezza territoriale, devono dunque affrontare una sfida inedita, basata sul binomio efficienza gestionale/autorevolezza della governance, che deve obbligatoriamente basarsi su regole rigorose e trasparenti, a partire dalla selezione dei suoi rappresentanti;

    il protocollo d’’intesa Stato-Regioni del 2008 nel definire i principi fondamentali per l’azione dei consorzi, ispirati alla salvaguardia e sicurezza territoriale, aveva infatti già richiamato la necessità di intervenire, nel riordino degli stessi, con modalità e procedure improntate alla trasparenza ed alla imparzialità, alla buona amministrazione, assicurando costante informazione dei consorziati e delle comunità locali sulle attività svolte.

    Considerato che:

    l’ultimo programma nazionale irriguo ha registrato consistenti ritardi nella fase iniziale di predisposizione dei progetti effettivamente cantierabili, nonostante fossero stati tutti dichiarati “esecutivi” dalla rispettive Regioni, e come tali rubricati dal CIPE con delibera n. 92/2010;

    lo stato di criticità operativa da parte di alcuni enti attuatori di interventi irrigui, ha comportato, come estrema conseguenza, la revoca di concessioni di finanziamenti di 4 opere per un valore di 26,5 milioni di euro, successivamente ridotti a 21,5, con provvedimenti al tempo adottati dal commissario. Situazione, questa, che denota il grave stato di sofferenza di alcune realtà meridionali che richiedono puntuali e tempestivi interventi, eventualmente anche di carattere normativo;

    in tale contesto ben si comprende la crescente richiesta da parte dei Consorzi meridionali di assistenza e supporto tecnico, cui ha fatto riscontro l’attività posta in essere dalla struttura tecnica della gestione commissariale;

    anche le stesse Regioni, enti vigilanti sui Consorzi di bonifica, hanno sentito in più occasioni l’esigenza di ricorrere al supporto della suddetta struttura tecnica che si è tradotto di volta in volta nella partecipazione a commissioni di programmazione, di valutazione di progetti, di sviluppo di proposte di modifica di norme e regolamenti regionali, di predisposizione dei bandi di competenza regionale per l’assegnazione delle risorse comunitarie. Tale attività, in alcuni casi è stata oggetto di specifiche convenzioni stipulate tra il commissario e le stesse Regioni, anche a statuto autonomo;

    al fine di mitigare le criticità sopra evidenziate, il commissario, in attuazione di specifica norma, aveva  inoltre promosso un fondo per la progettazione in favore dei Consorzi di bonifica per il cofinanziamento di 29 progetti, in corso d’esecuzione;

    al fine di contribuire al contenimento dei costi energetici sostenuti dagli stessi enti, lo stesso commissario aveva avviato un primo programma di interventi nel settore del mini idroelettrico connesso agli impianti irrigui, approvando il finanziamento di 64 impianti di 20 Consorzi delle Regioni meridionali, contribuendo oltretutto al concreto e sostenibile sviluppo di energie rinnovabili, ottimizzando in buona parte le opere esistenti. Aveva altresì avanzato specifiche proposte di semplificazione normativa e procedurale, alcune delle quali accolte dal legislatore nazionale e dalle Regioni interessate;

    tra le attività della struttura tecnica della gestione commissariale rientrava anche la gestione dell’imponente contenzioso connesso alla realizzazione delle opere pubbliche, finora concluso con risultati positivi per l’amministrazione, avendo riconosciuto agli appaltatori soltanto 41 milioni di euro su gli oltre 420 milioni complessivamente richiesti, pari a meno del 10 per cento, riuscendo, in un caso particolare, ad ottenere una restituzione di 12 milioni di euro da una primaria impresa nazionale, garantendo, nel contempo, estrema celerità di pagamenti. Risultati evidenziati anche da autorevoli inchieste giornalistiche;

    oltre a tale contenzioso sui lavori pubblici, risulta un articolato contenzioso relativo a pregressi contribuiti concessi a privati in tema di promozione agricola, con oltre 100 revoche di finanziamento operate dal commissario, del valore di oltre 60 milioni di euro, con 57 ricorsi pendenti e 5 costituzioni di parti civili in corrispondenti procedimenti penali;

    per far fronte alle criticità innanzi evidenziate, in risposta alle esigenze manifestate dai Consorzi e dalle Regioni, e in attuazione di specifiche norme di legge, il commissario ad acta aveva fornito il necessario supporto utilizzando le risorse assegnate, con diverse delibere, dal CIPE per attività di assistenza tecnica, risorse che risultano totalmente utilizzate.

    Considerato, infine, che:

    il decreto-legge 5 maggio 2015, n. 51, convertito, con modificazioni, dalla legge 2 luglio 2015, n. 91, all’articolo 6, ha soppresso la gestione commissariale dell’Agenzia per la promozione dello sviluppo del Mezzogiorno Agensud, trasferendo le relative funzioni, ai competenti dipartimenti e direzioni del Mipaaf, al fine di garantire la realizzazione delle strutture irrigue, in particolare nelle regioni meridionali colpite da eventi alluvionali e con particolare riguardo alla gestione dei servizi idrici;

    tale soppressione genera preoccupazione circa la possibilità che il Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali disponga delle adeguate risorse in termini organizzativi e di capitale umano per far fronte alle funzioni e alle attività che la struttura commissariale svolgeva, pur restando ferma, a norma del decreto-legge, la destinazione dei finanziamenti per gli interventi previsti nelle regioni del Mezzogiorno;

     

    impegna il Governo:

    1) a rafforzare azioni e interventi per la piena attuazione dei programmi in corso riguardanti le infrastrutture irrigue e gli impianti idroelettrici finanziati, mediante l’adozione di ogni opportuna iniziativa tesa a salvaguardare le attività opportunamente poste in essere prima dalla struttura tecnica commissariale e successivamente dai competenti dipartimenti del Ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali, al fine di assicurare al meglio la continuità ed il completamento delle iniziative poste in essere, tese:

    1.a) al recupero delle economie finanziarie rinvenienti dalla chiusura dei rapporti concessori in corso e dai contenziosi in atto;

    1.b) alla selezione, con verifica della qualità, congruità ed economicità, delle opere infrastrutturali irrigue di rilevanza nazionale di nuova programmazione (PSRN);

    1.c) alla valutazione dei progetti di investimento finalizzati al perseguimento dell’autosufficienza energetica degli enti irrigui nazionali ed allo sviluppo sostenibile di energie rinnovabili, di cui alla legge n. 134 del 2012;

    1.d) ad assicurare le attività di supporto su specifici aspetti di particolare complessità tecnica, strettamente connessi alle infrastrutture irrigue e relativi utilizzi idroelettrici;

    2) ad avviare una seria riflessione e conseguente definitiva discussione sul sistema dei consorzi di bonifica, per intervenire sul modello di governo, che risulta oggi chiaramente incoerente rispetto alla corposità e alla rilevanza delle attività di natura pubblica loro attribuite, ispirato a metodi rigorosi di gestione e di trasparenza anche in considerazione della ridefinizione della governance delle autorità di bacino operata con la legge n. 221 del 2015, al fine di:

    2.a) assicurare piena garanzia di trasparenza nella gestione dei consorzi e introdurre parametri di verifica della efficienza tecnica delle funzioni primarie di regolazione idrica, a partire dalla dispersione di acqua, per la quale non esistono ad oggi dati certi e verificabili;

    2.b) procedere ad una ricognizione del sistema consortile, anche in collaborazione con l’Anbi, premessa indispensabile per una vera e propria riforma della rete consortile, al fine di avere anche un quadro preciso del numero  di consorzi che presentano situazioni critiche, sia dal punto di vista patrimoniale che della gestione economica, per verificare la dimensione media degli ambiti di intervento, il carico cosi difforme del personale, la rilevante difformità nel costo dell’acqua pur considerando le diverse condizioni idrogeologiche del paese;

    2.c) intervenire sul quadro generale del sistema elettivo dei consorzi di bonifica che, ad un esame della normativa regionale, risulta frammentato nei diversi strumenti di applicazione e troppo differenziato in comparazione tra regioni diverse.

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